I costi del diabete

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Rubriche - Attualità
Scritto da Marco A. Comaschi   

costi

Impatto socio-economico della patologia e delle sue complicanze

La personale pratica clinica di trentasei anni nella cura delle persone affette da diabete mellito ha insegnato alcune cose: un paziente cui venga diagnosticato il diabete subisce uno shock psicologico notevole, dal quale si riprende solo dopo molto tempo.

C’è poi un’altra cosa che si impara: la sproporzione che esiste tra questo impatto personale e quella che è invece l’opinione generale sulla gravità o l’importanza della malattia diabetica nella popolazione, tra i media o tra i decisori istituzionali. Tendenzialmente è una condizione fortemente sottostimata: la classica frase “un po’ di diabete”, oppure “beh, è solo un diabete” di fatto rappresenta bene quello che la “gente comune” pensa di questa malattia, se non ce l’ha. E invece non è solo l’impatto sul singolo che è enorme, ma appare ormai chiaramente che un carico molto pesante ricade sull’intera società, per il “prezzo”, diretto, indiretto e “intangibile”, che la società e la comunità dei pazienti subiscono. È un problema comune a tutte le cosiddette “cronicità”, di cui la malattia diabetica è paradigma fondamentale. Proprio per le sue caratteristiche, cliniche, epidemiologiche ed extrasanitarie, il diabete è stato anche l’oggetto preferito di numerosi studi relativi alle valutazioni economiche e sociali, tesi ad identificare non solo i costi delle cure e della riduzione della qualità della vita delle singole persone, ma anche a identificare le migliori metodologie organizzative dell’assistenza che possano coniugare migliori esiti clinici e risparmi economici.

La spesa annua per un soggetto con diabete privo di complicanze è di 1.792€, per un soggetto con diabete pluricomplicato è di 17.541€

IMPATTO ECONOMICO DIRETTO: L’OSSERVATORIO “ARNO DIABETE”.

In questi ultimi quindici anni, grazie alla progressiva, anche se incompleta, informatizzazione dei dati sanitari, si è potuto ricavare con maggiore facilità un quadro di quelli che sono i costi diretti della malattia diabetica (“Cost of Illness”). Il Consorzio CINECA di Bologna (1) raccoglie tutti i dati informatizzati sulle prescrizioni farmaceutiche della medicina primaria ed ospedaliera di un gran numero di ASL italiane, sparse nelle tre macroaree del Paese. Si è così costituito l’Osservatorio ARNO Diabete, oggetto anche di una bella pubblicazione scientifica sulla rivista internazionale Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Diseases (2). L’incrocio di diversi databases ha consentito di conoscere con precisione i costi di un numero significativo di pazienti diabetici trattati farmacologicamente (311.979 soggetti seguiti per dieci anni), e il dato emerso è particolarmente significativo. Il costo medio di un paziente diabetico nell’anno 2006 è stato pari a 2.589 €, a fronte di un costo per persona non diabetica di 1.682 €, quindi circa una volta e mezza. Ma il dato più rilevante è rappresentato dalla distribuzione dei costi nelle diverse utilizzazioni delle prestazioni del SSN che riflette le differenze tra soggetti privi di complicanze o affetti da patologie croniche correlate alla malattia diabetica. Infatti la percentuale maggiore dei costi diretti è dovuta alle ospedalizzazioni (più del 50%), mentre la spesa farmacologica resta al di sotto del 30% ed è per la maggior parte legata non all’uso di farmaci ipoglicemizzanti (antidiabetici), ma cardiovascolari. Un pericoloso squilibrio che da una parte indica la carenza della prevenzione secondaria delle complicanze da parte della Primary Care, e dall’altra indica la strada da seguire per ridurre il peso economico della malattia.

IMPATTO ECONOMICO DIRETTO ED INDIRETTO: LO STUDIO

I dati dell’Osservatorio ARNO sono singolarmente in sintonia con quelli di un altro grande studio Europeo, declinato in otto Paesi dell’Unione fra cui, ovviamente, l’Italia: lo studio CODE-2 (Costs of Diabetes in Europe, Type 2) (3). La singolarità non sta tanto nel fatto che i risultati sono molto simili, ma nel fatto, invece, che la metodologia di questo secondo studio è esattamente opposta a quello precedente: bottom-up invece che top-down. Il campione, qui, è considerevolmente minore, ma egualmente significativo: si tratta di 7.000 persone affette da diabete di tipo 2 in cui sono stati calcolati tutti i costi, diretti, indiretti ed intangibili (grazie a una valutazione validata della qualità di vita) in un periodo di tempo prefissato in modo prospettico. I risultati, per la popolazione italiana, sono i seguenti: il costo medio di un paziente diabetico è di 2.991 € annui, ma la varianza interna al campione è enorme, in rapporto alla presenza delle complicanze, pari a circa 9.000 €. Infatti i due estremi, quello di un soggetto privo di complicanze croniche, pari a 1.792 € pro capite, e quello di un soggetto pluricomplicato, pari a 17.541 € pro capite, sono lontanissimi. Il dato è impressionante se rapportato alla prevalenza stimata della malattia al momento attuale in Italia (4.5% della popolazione), e ancor più se valutato in rapporto al ritmo di crescita dell’incidenza (la prevalenza del diabete in Italia è raddoppiata negli ultimi dieci anni). La cifra complessiva dei costi sociosanitari per il Welfare Italiano è stimabile intorno ai 12 miliardi di Euro, pari a più del 11% dell’intero fondo sanitario nazionale. Quindi una popolazione di meno del 5% del totale costa più del 10% delle risorse sanitarie. Il confronto con gli altri Paesi Europei vede l’Italia molto più gravata dalla spesa ospedaliera per le complicanze, con valori invece di costi farmacologici molto più bassi, sia per i farmaci antidiabetici, sia per tutti gli altri tipi di farmaci.

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Più del 50% dei costi diretti del diabete è dovuto alle ospedalizzazioni

IMPATTO SULLA QUALITÀ DELLA VITA: LO STUDIO “DAWN”

Finora si è parlato dei costi economici della malattia, costi che ricadono in modo gravoso sull’intera comunità sociale; ma il prezzo che pagano le persone affette da diabete in termini di qualità della vita è altrettanto alto, se non più. Lo studio DAWN (Diabetes Attitudes, Wishes and Needs) è una vastissima ricerca sociodemoscopica internazionale, promossa dall’International Diabetes Federation in 15 Paesi del mondo: lo scopo del lavoro era quello di ottenere informazioni sulle barriere psicologiche e sociali delle persone affette da diabete mellito, e di identificare azioni correttive nell’organizzazione dell’assistenza nei diversi contesti ambientali per migliorare gli standard di qualità della vita. In Italia lo studio DAWN, condotto di concerto con il Ministero della Salute (4), è stato anche più approfondito rispetto ad altri Paesi, con valutazioni anche delle condizioni dei soggetti immigrati, delle famiglie dei pazienti e delle donne diabetiche di fronte alle problematiche di gravidanze a rischio. I risultati di questa grande survey mettono in luce i disagi delle persone affette da cronicità, i problemi della difficile comunicazione tra gli operatori sanitari e i pazienti, il bisogno di forti supporti psicologici anche da parte delle famiglie, e, più in generale, la necessità di modellare i sistemi di tutela della salute verso il rinforzo della consapevolezza di un’efficace autogestione della malattia cronica. La latente condizione depressogena che convive con il diabete è un ulteriore elemento di carico e di costi sociali, che impone modifiche sostanziali al modo di “fare sanità”.

CONCLUSIONI

La previsione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che nel 2000 stimava una crescita della prevalenza del diabete in Europa del 50% in 25 anni, si sta rilevando sbagliata per difetto: abbiamo già quasi raggiunto dopo soli dieci anni i valori previsti per il 2020. La sostenibilità dei tradizionali sistemi di welfare sanitari europei è legata alla capacità di cambiare modello, passando dall’attuale orientamento della cura delle malattie conclamate alla prevenzione quanto più precoce possibile delle complicanze che stili di vita e alimentazione errati possono provocare. Grandi speranze vengono riposte sulla ricerca farmacologica e tecnologica sulla disponibilità di farmaci sempre più potenti e mirati, ma un grande spazio deve essere riservato all’informazione e alla comunicazione, che possono modificare totalmente i comportamenti delle persone nei confronti della malattia.

 

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